Gli archivi personali delle sorelle Boccalini mostrano le tracce della disperata e tenace ricerca di informazioni circa la sorte del grande amico di famiglia Ettore Archinti, catturato in quanto anti-fascista nel 1944, deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg, da cui non tornò mai più, come annunciato dalla Sezione di Lodi della Pontificia Commissione Assistenza:
La Pontificia Commissione Assistenza
SEZIONE DI LODI
annuncia con profondo dolore che i concittadini
Archinti Ettore sculture di anni 67
Marzagalli Luigi di anni 46
sono deceduti sotto i colpi della ferocia nazista nel campo di concentramento di Flossemburg.
Mentre rende omaggio alla memoria dei martiti invita la cittadinanza tutta all’ufficio funebre che sarà celebrato in loro suffragio nella CHIESA di S. FILIPPO SABATO 11 c. m. alle ore 8.

Foto scattata il 10 ottobre 2020 all’interno del Museo Archinti (Lodi).
I dettagli della sua fine emersero con lentezza, nel corso degli anni: un complesso puzzle i cui piccoli tasselli erano prima di tutto i racconti dei reduci, e poi le informazioni che vari enti potevano elargire, su richiesta.

Fonte: Archivio personale Giovanna Boccalini Barcellona, 1668 [Vietati l’utilizzo nonché la riproduzione senza l’esplicita autorizzazione di Luigi e Francesco Ferrari]
Sin da subito (vd. #2), le sorelle Boccalini cercarono informazioni più dettagliate: in questo caso, una di loro (probabilmente Giovanna, trovandosi questo documento nel suo archivio – ma rimane da spiegare perché la “interessata” citata si faccia scrivere al Comune di Lodi) riceve la conferma della morte dello scultore lodigiano, citando come fonti una lista scritta ed un testimone orale (il milanese Felice Bianchi).

Sul retro, timbro della commissione.
L’aggiunta manoscritta “Cecoslovacchia” è dovuta al fatto che la cittadina tedesca di Flossenbürg si trovava al confine di stato (oggi con la Repubblica Ceca).
Fonte: Archivio personale Giovanna Boccalini Barcellona, 928 [Vietati l’utilizzo nonché la riproduzione senza l’esplicita autorizzazione di Luigi e Francesco Ferrari]
Rimaneva però importante capire come fosse morto, e se ci fosse una sepoltura dove poterne onorare la memoria (vd. #3).
Come raccontato da Ercole Ongaro (Ongaro 1994:157-58),
“Come” Archinti sia morto resta per noi avvolto in un velo di silenzio: non sappiamo se sia morto perché sfinito dal lavoro di spaccapietre in una delle cave a cui lavoravano i deportati di Flossenburg, come fu riferito alle Boccalini; oppure perché si accasciò lungo la strada che i prigionieri incolonnati percorrevano per recarsi alle cave, come ha prospettato l’inedita testimonianza del lodigiano Luigi Uggè; oppure per aver gridato la propria indignazione di fronte allo scatenamento di violenza di un kapò su un inerme, come era nel suo temperamento e più volte aveva fatto nella vita.
Nelle note a piè di pagina, Ongaro scrive, citando un “Appunto di Marta Boccalini a E. Ongaro, 1989”:
Questa versione fu riferita nel 1945 alle sorelle Boccalini da un ingegnere di Milano abitante in viale Umbria e da un salumiere abitante in via Meravigli. Secondo questa versione – ripresa anche da Meazzi nel suo Ricordo d’Archinti – quando ad Archinti fu offerto un lavoro meno gravoso egli preferì che fosse assegnato a un giovane
Nell’intervista del 1989 rilasciata ad Ercole Ongaro, Marta Boccalini parla così di tale ingegnere:
quello lì ce l’ha detto l’ingegnere in viale Umbria, chi ci ha detto di andar lì? Le voci che c’han detto: “È tornato uno dai campi di concentramento …”, per combinazione quell’ingegnere lì veniva anche lui da Flossenbürg. Gh’avrà avu’ … mah, 25, 27 ann, era giovane anca lui, bel giovane …
Nella stessa intervista però Marta rivela il ruolo fondamentale avuto da Antonio Scollo, superstite di Flossenbürg e abitante del quartiere. Sappiamo che Marta venne a conoscenza della sua testimonianza grazie a L’Unità, che nel 1967 pubblicò una sua testimonianza. Nell’edizione del 27 settembre 1967 (su cui vd. Giani 2019:223), a pag. 7, leggiamo infatti una lettera spedita da Marta Boccalini stessa, in cui, ringraziando per la testimonianza di Scollo, chiede di avere qualche contatto personale che la possa aiutare nella propria ricerca di informazioni:
È stata veramente una grande sorpresa, per me, sentire dopo venticinque anni parlare del campo di sterminio di Flossemburg. Ringrazio i signori Vito Arbore ed Antonio Scollo che con commovente quanto forte richiamo hanno ricordato quel doloroso periodo, i loro compagni caduti ed i pochi superstiti, nella lettera pubblicata dall’Unità. Desidererei molto poter corrispondere con questi valorosi combattenti per chiedere loro notizie di una persona a me tanto cara che da Flossemburg non fece più ritorno
La risposta arrivò, tanto che Marta potè incontrare Scollo nella sua abitazione di via Tommei 1, a Milano:
Io ho scritto sul giornale [=L’Unità], su gli articolini, che cercavo qualcuno che fosse tornato dai campi di Flossenbürg, perché avevo bisogno di notizie. E lui mi risponde: è venuto qui, in casa, perché aveva il negozio di vini qui, in Piazza Insubria, Scollo. E mi viene in casa, un pomeriggio, e mi spiega: “Sì, mi ricordo di questa persona anziana, e che aveva sempre parole”, lui gh’aveva 17 anni, Scollo, “aveva sempre parole di incitamento, di conforto, di tenerci su il morale, ma poi l’ha cedut: guardi, sarebbe morto comunque, perché i chilometri che abbiam fatto dopo, sotto la neve, con un freddo … ! Morivano, si cadeva uno di qui uno di là, lui non avrebbe resistito …”
Scollo aiutò poi Marta suggerendole di rivolgersi alla Croce Rossa Internazionale:
m’ha dato l’indirizzo Scollo, mi ha detto “Scriva, scriva là” – mi dava gnamò del “ti” – “Scriva là”, mi ha dato l’indirizzo, che è la Croce Rossa Internazionale, perché proprio bene, il giorno della sua morte, non lo sapevamo, e lì avem savu’ ch’è morto in novembre, quindi fino all’aprile dopo … ah, non poteva resistere! Poi era un uomo che si curava, non sembrava, ma lui le calze di lana, soffriva l’acqua, la maglietta, gheva sù i soculi [‘indossava gli zoccoli’] coi piedi piagati: immaginamoci se poteva far quei chilometri là! Dal gelo che c’era, malnutrimento … non sarebbe resistito, senz’altro. Forse per consolarci, ch’era morto prima … non so…