Approfondimento di Alberto Schiavi e Marco Giani
Introduzione (Leggere attentamente)
La finalità del seguente testo è esclusivamente quella di studio, non quella di lucro. Se qualche possessore dei diritti delle immagini usate volesse contattare gli autori (in qualche caso non è stato purtroppo possibile risalire alla fonte), può scrivere al responsabile del sito.
Pur essendo il testo frutto di una collaborazione, si consideri la parte in nero come opera prevalentemente di Alberto Schiavi, la parte in viola opera prevalentemente di Marco Giani.
I. Il campo aziendale della Redaelli
Grazie alle fonti superstiti sappiamo che le calciatrici del GFC giocarono al campo Redaelli almeno due partite interne di allenamento, cioè quella di domenica 23 aprile (#1), e quella del 28 maggio 1933, come testimoniato da un accenno presente in una lettera di Giovanna Boccalini Barcellona a suo marito Giuseppe Barcellona, datata 29 maggio: «Domenica scorsa le calciatrici si sono riunite a Rogoredo». Sappiamo inoltre che già a fine marzo il Dopolavoro Redaelli risultava fra gli aderenti del GFC (#2).

Fonte: Il Calcio Illustrato, 26 aprile 1933, p. 12.

Fonte: Il Calcio Illustrato, 29 marzo 1933, p. 11
Nonostante tali informazioni, non ci è giunta purtroppo alcuna fotografia di una loro partita o di un loro allenamento. Per contro e a differenza di tutti gli altri riconosciuti sinora, questo campo non presenta alcuna difficoltà di identificazione, di ubicazione o di riconoscimento, in quanto, oltre ad essere perfettamente riportato su diverse mappe e ripreso da fotografie aeree d’epoca, è tutt’oggi ancora esistente, dopo essere stato attivo senza soluzione di continuità sino ai giorni nostri. Siamo quindi fronte ad una ricerca il cui racconto risulta privo sia di un percorso d’indagine nella quale si seguono labili ed intriganti indizi o tracce del passato, sia del contributo di riscontri fotografici diretti: per tale motivo essa ha trovato facile deriva nello sfruttare la ricchezza di spunti, notizie, testimonianze e soprattutto immagini dei luoghi (e un po’ anche dei tempi) che l’oggetto della ricerca ed il suo contesto urbano, storico e sociale hanno generosamente fornito, allontanandoci magari un po’ dal focus principale storico-sportivo delle calciatrici del 1933.
Il campo sportivo apparteneva alla S.A. Gius. e F.llo Redaelli, normalmente chiamata anche “Redaelli”, “Ferriera Redaelli” o semplicemente, per gli abitanti della zona, “La Redaelli”, che lo aveva allestito per il proprio dopolavoro aziendale all’interno del perimetro dello stabilimento all’inizio degli anni Trenta, tra ciminiere fumanti e capannoni rumorosi. La Guida Savallo lo riporta nell’edizione del 1939 (#3) all’indirizzo di via Rogoredo 27, dove c’era un’entrata al campo indipendente da quelle allo stabilimento, funzionale ad un accesso appropriato alle squadre ed al pubblico (#4, #5 e #6), un particolare che troviamo in tutti i frequenti casi di campi allora situati all’interno delle fabbriche, ancorché probabilmente previsto dall’ordinamento calcistico. Oggi quell’entrata è ancora perfettamente riconoscibile e confrontabile con le mappe degli anni Trenta (#7).

Fonte: Guida di Milano e provincia (1939), p. 1104.

Fonte: Mappa Savallo 1933.

Fonte: Mappa Aerofoto IGM 1950.

Fonte: Cartografie Storiche del Comune di Milano.

Fonte: Google Maps.
Grazie alla testimonianza di Sandro Mazzola (tratta da #8), sappiamo che successivamente, al tempo di Helenio Herrera, il campo verrà utilizzato per gli allenamenti dell’Inter. Il campione nerazzurro ne parla citando il tram 32 (di cui avremo modo di parlare più avanti), che lo portava a Rogoredo partendo da piazza Corvetto, ove giungeva col 22:
Nuova stagione e nuova squadra, con due allenamenti settimanali al campo Redaelli di Rogoredo, periferia di Milano, di corsa appena uscito da scuola, dopo aver mangiato due panini all’intervallo. La mia vita era davvero cambiata.
Devo essere sincero, avere la valigetta di metallo con le due strisce nerazzurre aveva il suo fascino: quando salivi sul tram tutti ti guardavano e ti sentivi importante. Anche quando, come spesso accadeva, l’ultimo tragitto da piazzale Corvetto a Rogoredo lo facevamo a piedi per risparmiare le 15 lire del biglietto, che poi l’Inter ci avrebbe rimborsato.
Sandro Mazzola con Marco Civoli, Ho scelto di stare davanti alla porta, pp. 30-31

Un ritaglio di MilanInter del 1960 (#9) conferma il fatto che le giovanili nerazzurre a quell’altezza cronologica giocassero al Redaelli; ancora nel 1974, un allora sconosciuto Franco Baresi da Travagliato si recava al Redaelli per provare invano ad entrare nelle giovanili nerazzurre (#10).

Fonte: MilanInter, 2 maggio 1960.

Fonte: Crudelmente Milan.
Nel 1984, alla cessazione delle attività della Redaelli, il campo passò in gestione ad altra società, la Rogoredo 84 (#11), che tuttora lo detiene, rammodernato, in ottimo stato ed ormai del tutto indipendente da ogni pertinenza industriale (#12 e #13), anche non ci sono più fabbriche, né lì né nei paraggi.

Fonte: Rogoredo 84 Calcio

Fonte: Google Earth.
Le Ferriere sono sparite ed il campo ne è rimasta quasi sola testimonianza (c’è anche il Centro Studi, destinato ad auditorium, forse) Google Earth

Fonte: blog Blucki.
La mappa dei campi milanesi di MilanInter del 31 dicembre 1946 cita la presenza, a Rogoredo, non solo del campo “Redaelli”, ma anche di un fantomatico campo “Pizzini” (#14), di cui però non viene dato l’indirizzo preciso, ma solo ‘indicazione del quartiere (Rogoredo), e quella dei 3 tram che si potevano usare per raggiungerlo (13, 20, 22), per altro coincidenti con quel del campo Redaelli.

Nessun risultato è stato possibile ottenere da una ricerca effettuata in proposito, anzi, mappe e foto aeree dell’epoca paiono escludere la presenza, a Rogoredo, di altri campi oltre a quello della Redaelli, affacciandosi così l’ipotesi che si potesse trattare sempre dello stesso campo, intitolato però nel dopoguerra ad un personaggio degno di riconoscimento.
E qui un risultato, quantomeno verosimile, è stato trovato. Come avvenuto appunto nel dopoguerra, infatti, molte squadre e campi di calcio furono intitolate a personaggi locali legati alla lotta di Liberazione , come abbiamo già visto per l’intitolazione a Renzo Novelli del campo di via Aldini. Una ricerca il tal senso ha portato alla luce il nome del partigiano Stefano Pizzini, che era originario di Bettola di Peschiera, vicino a Rogoredo, ove gli echi dell’eccidio che pose fine alla sua esistenza giunsero sicuramente, anche a giudicare dalla documentazione disponibile in proposito (#15 e #16).

Fonte: ANPI Provinciale Milano.

Fonte: ANPI Provinciale Milano.
II. Rogoredo
Rogoredo, che prima di italianizzare il suo nome fu in latino Roburetum ‘bosco di roveri’ e in milanese Rogoree, è stato per quasi un secolo un centro industriale di primaria importanza in Italia. Ma andiamo con ordine.
Oggi quartiere di Milano (Municipio 4), il borgo ha alle spalle una storia territoriale, sia amministrativa che fisica, abbastanza complicata. Dopo essere stato incorporato nel capoluogo da Napoleone nel 1808, nel 1816 fu dalla Restaurazione posto sotto Nosedo, per poi essere unito a Chiaravalle Milanese (con Nosedo) in epoca post-unitaria (1870), ed infine aggregato al Comune di Milano nel 1923, assieme ad altri dieci comuni limitrofi a Milano (Affori, Baggio, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco Milanese, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino).
Per quanto riguarda il territorio, il paese, per secoli immerso in una pianura fertile e ridondante di sorgive e di corsi d’acqua (celebrato come pittoresco il Cavo Sala), nel 1861 viene attraversato dalla linea ferroviaria Milano-Piacenza (Bivio Acquabella-Rogoredo km 4+193 e Rogoredo-Piacenza km 61+847), che, appena superato il centro abitato, devia verso Lodi. L’anno seguente si attiva il bivio per Genova (Rogoredo-Pavia km 28+875). La presenza dello scalo merci lungo l’asse di via Toffetti avrebbe poi fatto di Rogoredo un rilevante nodo ferroviario nazionale, anche perché collegato alle industrie insediatesi nella zona oltre alla Redaelli, come la Appula, la Montecatini e la Caproni, e favorito la nascita nella zona di diversi stabilimenti dedicati all’indotto ferroviario.
L’abitato, sin dalle origini agricole e fino al termine della sua era industriale, è consistito in un gruppo di case adagiate su un solo lato, quello nord, della via Emilia (la strada statale 9 per Bologna e Rimini, nel tratto chiamato “Stradone Piacentino”), in quanto dall’altra parte scorreva parallelo il Redefossi (#17 e #18).

Fonte: Urbanfile.

in alcuni tratti non c’erano protezioni, se non i paracarri.
Fonte: Milàn l’era inscì.
Chiuso a ovest dalla ferrovia il collegamento con Milano, limitato a sud dal Redefossi, ad est ad un certo punto i terreni furono bloccati ed espropriati per consentire la prevista costruzione del canale navigabile, che, proveniente dall’Adda, sarebbe sboccato nel Porto di Mare (#19). Un secondo progetto, con alcune varianti, vedeva collegato questo al Naviglio Grande e quindi al Ticino, mentre un terzo prevedeva la costruzione del tratto verso Cremona e quindi il collegamento al Po. Il primo progetto (#20) fu affossato probabilmente dalla Prima Guerra Mondiale, il secondo (#21) dal Fascismo che secondo alcune fonti volle privilegiare altri interessi, il terzo abortì probabilmente per effetti collaterali di Tangentopoli. Di tutto ciò rimase a lungo, dal 1920 al 1960 circa, il Porto di Mare, che visse di luce propria per la gioia di pescatori e bagnanti, per il divertimento dei bambini che le sue sponde percorrevano d’estate e la sua superficie ghiacciata d’inverno sfidavano e anche per gli amanti del ballo di balera all’aperto, che in quel suo angolo magico chiamato Parco delle Rose facevano notte. Poi divenne la più grande discarica, e oggi è solo una fermata della linea 3, dal nome – per i più – enigmatico. Il tratto completato del canale Milano-Cremona-Po, tra Pizzighettone e Cremona, fa invece ancora bella mostra di sé su Google Earth (#23), a testimonianza dell’ingegneria umana, e non solo di quella.

Fonte: Memomi.

La zona prevista per la sua costruzione era situata a est della attuale piazza Angilberto, ed arrivava fino a piazza Gabrio Rosa e via Omero.
Il Porto era collegato verso ovest con il Naviglio Grande all’altezza della stazione ferroviaria di San Cristoforo secondo un tracciato corrispondente alle odierne vie Antonini, Quaranta, Marco d’Agrate (freccia Azzurra). Verso est il porto era collegato con la Martesana (freccia verde). La grossa direttrice stradale nord-sud da viale Lombardia a viale Basilicata pare progettata appositamente quale via di scorrimento veloce per il porto commerciale (freccia rossa). Le acque erano evidentemente in ingresso sia da est che da ovest, mentre uscivano verso sud (Canale per Lodi) in previsione del futuro collegamento col Po (freccia gialla).
Fonte: Comune di Milano.

La zona tra Nosedo e Rogoredo è il punto naturale di convergenza delle acque cittadine: il progetto fu approvato nel 1917, l’anno dopo si costituì l’azienda portuale e in quello successivo cominciarono i lavori con lo scavo del bacino portuale e dei canali verso Cremona per 20 chilometri circa.
Gli scavi fornirono gli aggregati per la costruzione del nuovo quartiere popolare “Regina Elena” in piazza Gabrio Rosa.
Nel 1922 i lavori furono temporaneamente sospesi perché l’acqua di falda aveva riempito naturalmente lo scavo.
Il fascismo, preso il potere, sciolse il consorzio pare per favorire altri interessi…
Il progetto fu ripreso nel 1941 e fu integralmente ricompreso nel piano regolatore del 1953, ma i lavori non iniziarono mai.
Negli anni che precedettero l’istituzione della Regione Lombardia nel 1970, il collegamento idroviario via Po con l’Adriatico venne riaffermato nei documenti programmatici come scelta strategica per lo sviluppo dell’economia lombarda e nel 1972 iniziarono i lavori con lo scavo di un canale da Cremona all’Adda.
I lavori di scavo del canale vennero abbandonati dopo aver superato Cremona e aver raggiunto Pizzighettone, a 16 chilometri circa dal Po. In totale, il canale, se completato, avrebbe misurato 65 chilometri.
Fonte: Comune di Milano.

Fonte: Urbanfile.

Fonte: Google Maps.
Dal 1880 al 1931, Rogoredo fu anche collegato al centro di Milano e a Lodi da una linea tramviaria interurbana a vapore (Gamba de legn) (#24, #25 e #26) che collegava le due città partendo da viale Montenero. A Porta Romana la linea svoltava verso corso Lodi, che percorreva fino a scavallare il gomito del Redefossi in Corvetto, per giungere alla stazione di Rogoredo, dove sfidava i treni per Bologna e per Genova in un impegnativo passaggio a livello; seguendo poi il tracciato originario della via Emilia (o provinciale Piacentina o SS 9), attraversava San Donato, San Giuliano e Melegnano e raggiungeva infine Lodi.

Fonte: Lombardia Beni Culturali.

Fonte: Wikipedia.

Fonte: Wikipedia.
Tornando a Rogoredo, non essendo state costruite le previste idrovie, sul lato orientale è spuntata una vera e propria giungla di svincoli, rotatorie e raccordi (#27).

Fonte: Una strategia per il sud-est di Milano – L’hub di Rogoredo- Progetti, operatori, infrastrutture e valorizzazione ambientale, Maggioli Editore.
Oggigiorno il piccolo parco a ridosso del cavalcavia Pontinia (#28) è l’unica traccia rimasta del lontano passato boschivo di Rogoredo, già compromesso dall’attività agricola dell’abbazia di Chiaravalle cominciata nel 1135.

Fonte: Google Maps.
L’importanza di Rogoredo come snodo di vie di comunicazione e di interscambio, che ancora oggi conserva (nodo di interscambio ferrovia, metropolitana con capolinea M3, passante, A1, tangenziale, … Sky), pur, come stiamo vedendo, stravolto in tanti dei suoi aspetti è testimoniata dalla bella presenza (edificio storico) dell’Alberghetto, ossia l’ex stazione di posta situata al numero civico 76 di via Cassinis (#29). Lì, prima dell’avvento del vapore, l’antico viaggiatore in diligenza poteva sostare e ristorarsi, mentre avveniva il cambio dei cavalli: in ossequio alla tradizione e mutatis mutandis, il viaggiatore moderno può noleggiarvi oggi un’automobile. In omaggio alla villetta d’epoca ed al suo passato, è stato dato il nome PostOfficeStation ad un bistrot realizzato in quelle che un tempo furono le stalle della vecchia stazione postale, oggi completamente ristrutturate in uno stile molto contemporaneo (#30).

Foto di Alberto Schiavi (dicembre 2021).

Fonte: Bombaci.
III. Le industrie di Rogoredo e la Redaelli
A partire dalla fine del XIX secolo Rogoredo vide non sono l’insediamento dello stabilimento delle Acciaierie Redaelli: lì vicino sorsero infatti anche un polo chimico presso la confinante Cascina Morsenchio (Appula e poi Montecatini (#31), che la assorbì nel 1941) e, più a nord, a Taliedo, quello aeronautico (Magni e Caproni). La vocazione industriale del quartiere si mantenne fino agli anni Ottanta, ben supportata dalla sua stazione e dal suo scalo che favorirono il movimento di migliaia di lavoratori e di infinite quantità di merci.

Fonte: Lombardia Beni Culturali.
Ma il rapporto più forte tra la gente di Rogoredo e le industrie fu con la Redaelli. In un borgo destinato a vivere di vita propria per l’isolamento dalla città, quasi ogni famiglia aveva un operaio in fabbrica e questa era così attaccata all’abitato da disegnarne la sagoma e da far apparire da lontano le ciminiere fumanti poste tra le sue case (#32).

Fonte: Wikipedia.
Tutto ciò creò un legame necessariamente intimo tra Rogoredo e la “sua” ferriera, anche perché l’azienda adottò numerose iniziative a favore della gente: allestì un moderno poliambulatorio a beneficio degli abitanti del quartiere, costruì case per i lavoratori, ai cui figli offriva il soggiorno presso le sue colonie aziendali, realizzò un centro sportivo con la fondazione di una squadra regolare, mentre il dopolavoro, nelle sue varie conformazioni, dal pre-fascismo alla Repubblica, offriva un attivo e divertente impiego del tempo libero. Il centro di tale attività era la Cooperativa degli operai (#33 e #34), chiusa dai fascisti negli anni Venti, e riaperta nel Secondo Dopoguerra nell’edificio all’incrocio fra via Freiköfel e via Rogoredo.

Fonte: Milàn l’era inscì.
Lo stesso fotografo di #33 ci ha lasciato anche un altro scatto, preso da via Rogoredo (#34), nel quale si legge più chiaramente la scritta sul muretto, ossia: “Gloria ai Caduti di Modena” (#35).

Fonte: Milano sparita e da ricordare.

La scritta ci riconduce all’impegno civile del quartiere, e più nello specifico all’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena, strage avvenuta a Modena durante lo sciopero del 9 gennaio 1950 indetto dal sindacato CGIL per protestare contro i licenziamenti di oltre 500 operai metalmeccanici delle Fonderie Riunite. Per impedire l’occupazione della fabbrica, gli agenti della Polizia di Stato spararono contro i manifestanti, uccidendo sei operai e ferendo circa 200 persone.

Fonte: Google Earth.

Fonte: Lombardia Beni Culturali.
La Redaelli incideva anche sullo skyline del quartiere, partendo dall’onnipresente torre dell’acquedotto, visibile anche da lontano.

Fonte: Rogoredo84.
La linea ferroviaria era attraversata dai veicoli stradali, dai pedoni e dalle rotaie del tram a vapore, abbastanza oblique rispetto ad essa da consentirne un’intersezione funzionale.

Appena sotto il passaggio a livello, a ovest della ferrovia, si vedono chiaramente l’Alberghetto e le stalle citate per la #8 e la #9.
Il campo non esiste ancora.
Fonte: Milàn l’era inscì Urbanfile.
Dopo una lunga e triste storia, comune a tante altre della nostra decadenza industriale, il 6 aprile 1984 la Redaelli chiuse lo stabilimento, dopo quasi un secolo di storia umana, industriale, civile e sindacale, comprese due guerre e la ricostruzione nazionale.

Fonte: Urbanfile.
IV. La squadra della Redaelli
Abbiamo già visto come Milano abbia annoverato nel corso degli anni diverse squadre dopolavoristiche, le quali hanno militato nei campionati calcistici nazionali non solo di Serie A, ma anche Serie B, C e D. In ordine alfabetico e salvo omissioni, tali squadre sono state:
- Alfa Romeo
- Breda (Sesto San Giovanni)
- Caproni
- Ceretti e Tanfani
- De Angeli Frua
- Falck (Sesto San Giovanni)
- Innocenti
- Isotta Fraschini
- Magneti Marelli (Sesto San Giovanni)
- Montecatini
- OM – Officine Meccaniche
- Pirelli
- Redaelli
- Richard Ginori
- Rizzoli
La squadra della Redaelli di Rogoredo partecipò a diversi campionati di Serie C, dove ottenne il suo miglior piazzamento nel campionato del 1941-42, che concluse al sesto posto nel Girone C, precedendo squadre come Como, Piacenza e Legnano (#41). I colori sociali erano il bianco e il nero (#42).

Fonte: Wikipedia.

Fonte: US Dervio.

Fonte: Skyscraper City.

Fonte: Skyscraper City.
V. La ferrovia, la stazione, il passaggio a livello, il cavalcavia
Una curiosità – un po’ aneddoto e molto leggenda – legata al passaggio a livello di Rogoredo e alla costruzione del cavalcavia Pontinia (#45) è quella che voleva la costruzione del cavalcavia Pontinia nel 1931 ascritta a merito di Mussolini, il quale, nei suoi viaggi da Roma e Milano in automobile, si sarebbe visto costretto a snervanti attese davanti al passaggio a livello chiuso. Dopo la costruzione del cavalcavia, il passaggio a livello venne mantenuto per il solo tram a vapore, ancora gestito dalla TIP, fino alla sostituzione con autobus avvenuta nel 1937.

Fonte: Il Portale dei Treni.

Fonte: Il Portale dei Treni.

In primo piano gli scambi verso sinistra, sulla linea per Lodi-Piacenza.
Fonte: Il Portale dei Treni.

Fonte: Flickr.


Fonte: METTI FONTE.

Fonte: Milàn l’era inscì.
VI. Il tram 32 “Gibuti”
Nel 1918 il servizio a vapore per Lodi fu integrato con un urbano a trazione elettrica, integrato qualche anno dopo dall’ATM nella rete urbana come linea 32 con capolinea in piazzale Corvetto (prima era a Porta Romana) (#52): si trattò dell’unica linea cittadina a binario unico e rimase attivo sino al 1960.

Fonte: Corvetto Vintage.
Ai Milanesi questi tram traballanti apparivano sempre più antiquati rispetto all’evoluzione degli altri tram cittadini, al punto di meritarsi un sarcastico appellativo, “Gibuti”, nome adatto ad evocare, in generale, l’aspetto anacronistico del colonialismo italiano e, nello specifico, dei treni, non proprio all’avanguardia, che percorrevano la linea Gibuti – Addis Abeba. Quest’opera ferroviaria era stata al centro di molte controversie tra alcuni stati europei in quanto avrebbe potuto favorire tentativi di penetrazione politica in Etiopia. La controversia fu risolta con un accordo tripartito che accordava alla Francia il diritto di proseguire fino ad Addis Abeba, alla Gran Bretagna di costruire il tratto da Addis Abeba al Nilo Bianco, ed all’Italia di costruire una ferrovia che collegasse l’Eritrea alla Somalia attraversando il territorio etiopico. Nel periodo coloniale italiano (1936-1941), coevo del nostro 32 dopo la soppressione del Milano-Lodi e quindi probabilmente e probabilmente dell’attributo, venne introdotto materiale rotabile di costruzione Ansaldo e Breda, e fu previsto l’ampliamento della ferrovia con la creazione di tre stazioni ferroviarie nella città di Addis Abeba. Di ciò si parlò molto e l’umorismo dei Milanesi ne approfittò: ovviamente non si fece più nulla a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e della successiva dell’occupazione britannica dell’Etiopia nella primavera del 1941. All’Italia, a Milano, al Corvetto, a Rogoredo rimase quell’eredità. Per tutti gli anni Cinquanta e fino alla sua soppressione, il termine “Gibuti” è stato comunemente utilizzato in quei quartieri per parlare di quella linea e del suo tragitto: era entrato così nella famigliarità cittadina da perdere via via, almeno in parte, il suo contenuto sarcastico.

Fonte: Milano nei secoli.
Come spiegato da Mauro Colombo, la linea fu inaugurata il 1°luglio 1931 – lo stesso giorno dell’inaugurazione della nuova Stazione Centrale. La particolarità di questa linea a binario unico stava nell’assenza per mancanza di spazio a Rogoredo, di un anello per il ritorno: ecco il motivo dell’impiego di tram bidirezionali a due assi.

Sullo sfondo, in alto a destra, piazza Gabrio Rosa, con la chiesa di Santa Rita e l’agglomerato di case Quartiere Regina Elena.
In basso a destra si scorgono i binari del capolinea delle linee tramviarie 13, 20, 22.
Fonte: Milano nei secoli.

Fonte: Milano nei secoli.
Visto a Piazza Corvetto c’era il Quartiere Regina Elena, il quale comprendeva anche Via Pomposa, ove nel 1933 abitava la calciatrice Ninì Zanetti. Possiamo immaginare che, per andare a giocare al campo Rogoredo, abbia fatto a piedi il breve tragitto da casa a piazza Corvetto, e qui preso proprio il tram 32.

Fonte: rielaborazione tramite https://geoportale.comune.milano.it/MapViewerApplication/Map/
Nell’estate del 1937 il poeta dialettale Delio Tessa descrive così (#57), sulle colonne de L’Ambrosiano, Piazzale Corvetto, e lo scambio fra il tram 22 e il tram 32:


Fonte: Delio Tessa, La bella Milano, Macerata, Quodlibet, 2013, pp. 93-94.
Il quadretto di Tessa è interessante perché ci testimonia prima di tutto che nel 1937 la tariffa del tram “speciale” per Corvetto era ancora ferma a 10 centesimi, un prezzo evidentemente ancora basso rispetto al solito. Nel trafiletto giornalistico (purtroppo non datato) riportato da Mauro Colombo (#55) si dice che il biglietto per una corsa singola del 32 costava 20 centesimi: forse che col tempo l’Azienda avesse abbassato il prezzo, come da tendenza già evidente nella tariffa speciale mattutina (30 centesimi per andata e ritorno)? In ogni caso, Tessa ci testimonia in secondo luogo il fatto che il tram diretto alle “sette piante di Rogoredo” forniva un servizio assolutamente approssimativo.

Fonte: Milano sparita e da ricordare.
VII. Regina Elena: il quartiere di Ninì Zanetti
Che Ninì Zanetti abitasse in via Pomposa 8 (#60) ce lo testimonia la copia di una lettera vergata di sua mano (#59), e inviata alla società Forza e Coraggio a fine dicembre 1933, quando le calciatrici del Gruppo Femminile Calcistico, ormai boicottate dal regime fascista, stavano faticosamente cercando nuovi interlocutori:
Città, 6-12-33/XII°
«Un gruppo di ragazze vorrebbe formare una Sezione di atletica leggera e pallacanestro, in seno e sotto gli auspici della Vs. Società. È possibile ciò?
Vi prego di sapermi dire qualcosa. Perdonate il disturbo.
Distinti ossequi
Ninì Zanetti Via Pomposa 8
Archivio storico Forza e Coraggio, 1.2.1.1/5

Fonte: Archivio storico Forza e Coraggio.

Foto di Marco Giani (settembre 2019)
Dunque Ninì Zanetti abitava al Quartiere Regina, in via Pomposa 8. La denominazione delle strade del quartiere (#61) aveva attinto parecchio alle località della zona orientale e costiera dell’Emilia-Romagna (piazza Ferrara, via Ravenna, via Polesine…) alternandola con altre fonti di svariata origine (piazzale Gabrio Rosa, via dei Cinquecento, via Panigarola…).

Fonte: Guida Savallo 1940.
Il quartiere fu costruito negli anni successivi al 1925 tra le vie Polesine, Ravenna e dei Cinquecento, per un totale di 49 edifici; era articolato in quattro grandi lotti trapezoidali, delimitati da strade che convergevano in piazza Ferrara, ove sorse il marcato rionale coperto.
Come spiegato sul sito dell’ALER, con la salita al potere del governo Mussolini furono attuati provvedimenti edilizi volti al contenimento degli effetti demografici, che non facilitarono il ruolo degli Istituti Autonomi Case Popolari (IACP). Dal luglio del 1923 e per i successivi sette anni, infatti, l’abrogazione del blocco dei fitti fece salire vertiginosamente i canoni, ma nonostante il divieto per l’Istituto di intervenire direttamente nelle costruzioni, si riuscì a proseguire lungo una linea di sostanziale espansione dell’attività realizzativa volta a soddisfare una domanda crescente di appartamenti in quanto, nonostante tutto, la popolazione milanese continuava ad aumentare vertiginosamente, con il trasferimento dalle campagne di masse sempre più consistente di popolazione.
Le case popolari erano progettate e costruite in tre diverse categorie:
1. Le case a riscatto, per la borghesia cittadina;
2. Le case popolari di tipo comune, per la sola locazione a gruppi sociali eterogenei;
3. Le case ultrapopolari, per le classi più povere.
Per far fronte all’emergenza abitativa, l’Istituto costruì anche le “case minime”, alloggi piccolissimi e privi di qualunque elemento decorativo, destinati provvisoriamente ai senzatetto, agli immigrati e agli sfrattati.
Il Quartiere Regina apparteneva alla seconda categoria: famiglie di lavoratori (operai e impiegati in particolare, molti ferrovieri che lavoravano allo scalo di Rogoredo) che disponevano di reddito sufficiente al pagamento del canone ma che non potevano inizialmente avere accesso all’acquisto. La composizione sociale degli abitanti del quartiere era quindi abbastanza eterogenea, anche per la provenienza, con molti Milanesi nativi cui si affiancavano altri abitanti delle province lombarde e comunque settentrionali. Fino agli anni Settanta non vi era in pratica stata ancora immigrazione meridionale nel quartiere.
Oltre alle case, furono costruite nel quartiere una Casa di Riposo (in via Dei Cinquecento), la chiesa di Santa Rita e San Michele con annesso cinema (“Alba”); c’erano le scuole elementari di via Ravenna oltre alle preesistenti di via Polesine ed un ben rifornito mercato rionale in piazza Ferrara, che, oltre il quartiere serviva anche il circondario. In piazza Gabrio Rosa sarebbe stato attivo fino ai primi anni Cinquanta anche un campo di calcio, sul quale giocava la squadra AC Corvetto, maglia bianco-azzurra, che raggiunse la Prima Divisione (quarto livello nazionale, equivalente all’attuale Serie D.
Prospiciente il quartiere sorse anche il cinema Volta di piazza Angilberto (due film in una volta), attivo fino a fine secolo.
Il quartiere risultava complessivamente interessante per molti aspetti, la prevalenza dei quali in comune per altro con tutti gli altri quartieri IACP del periodo:
- Qualità costruttiva di tutto rispetto: fino agli anni Sessanta non aveva ancora ricevuto alcuna manutenzione sostanziale e si presentava in perfette condizioni, tanto che all’epoca alcuni elementi costruttivi, come i balconi, furono oggetto di studi specifici, per ricercarne i pregi qualitativi che ne consentivano un mantenimento così buono ad onta dell’inquinamento atmosferico esistente;
- Dotazione di bagno in ogni appartamento: pur senza vasca, negli anni Venti, fuori dai bastioni le case erano “di ringhiera” ed il bagno del piano (in comune) era sulle scale;
- C’erano tutti i negozi possibili, farmacia compresa.

Fonte: Milano attraverso i secoli.

I panni stesi in strada dicono molto di un particolare aspetto socioculturale del quartiere appena costruito: abitanti inurbati, ma ancora attaccati alle vecchie tradizioni …
Fonte: Milano attraverso i secoli.
Conclusione
Quella su Rogoredo è l’ultima delle ricerche sui campi delle calciatrici del 1933, forse quella che, come accennato all’inizio, offrendo rispetto agli altri meno spunti specifici e meno immagini strettamente legate all’attività agonistica e sportiva delle nostre ragazze, ha spinto un po’ al largo la curiosità di chi scrive: l’occasione per riflettere su quanto, partendo da un campo sportivo di periferia, si può scoprire, solo curiosando un po’, sul nostro passato, sulla nostra città, su chi ci ha preceduto nelle passioni e nei dolori, nella grande Storia e nelle sottostanti storie di ciascuno.